martedì 14 settembre 2010

Il solista

Tratto dall’omonima biografia del giornalista americano Steve Lopez, Il Solista tratta la storia di una amicizia speciale, di un sogno infranto e del talento sprecato.

Steve Lopez (Robert Downey Jr.) è un rinomato redattore del Los Angeles Time, sempre a caccia di una storia da raccontare e costantemente dietro storie importanti e di spessore, settimanalmente pubblicate in piccoli articoli nella proprio colonna di prima pagina.
Un giorno per caso Steve, in una pausa rinfrescante nella calda e torrida Los Angeles, ha un incontro che gli cambierà la vita. In un parco cittadino egli nota la presenza di un eccentrico senzatetto, vestito in maniera vergognosa ma capace, con la sua bravura artistica, di sovrastare il ronzio del traffico con la musica di unvecchio violino a due corde.
(http://webspacemelodies.it/2010/03/06/il-solista-the-soloist/)

martedì 20 aprile 2010

cella 211


Dopo un esordio che ritengo pressoché sconosciuto, Daniel Monzon ci ha regalato un vero gioiello, possente ed impetuoso, incastonato in una struttura narrativa semplice e lineare che si lascia seguire con facilità, dando corpo e voce ad una delle tante storie “assurde” che diventano realistiche proprio grazie a quella meravigliosa macchina dei sogni rispondente al nome di cinema. Vi potreste mai immaginare un secondino che, per una strana serie di cause, deve assumere l’identità di un detenuto e che, nel volgere di un brevissimo spazio di tempo, subisce tante e tali di quelle esperienze da vedere completamente sconvolta la sua vita, fino al punto di guidare con profonda convinzione una rivolta carceraria, di uccidere un collega reo di avergli ammazzato la moglie incinta e di stringere un sotterraneo ma sincero rapporto di stima e di amicizia con il peggiore dei reclusi? Eppure Daniel Monzon riesce a rendere verosimile tutto questo. Bellissimo, nella sua cruda violenza estetica. Indimenticabile lo sguardo fiero e magnetico di Malamadre – Luis Tosar. A dimostrazione di come, per costruire grandi film, non siano indispensabili grandi capitali od effetti speciali. A differenza de "Il profeta", che sfrutta abilmente una prospettiva claustrofobica sulla quale costruire una sottile sensazione di angoscia che ti accompagna dall'inizio alla fine
By MYMOVIES

La scultura raccontata da Rudolf Wittkower


Il Wittkower ci descrive con molta accuratezza le tecniche e le "storie " che si celano dietro le opere del Vasari, Canova, Cellini, Michelangelo e Bernini. L'opera è di autorevole fattura, infatti l'autore è stato docente del Warburg institute di Londra poi alla Columbia University di New York. Il quest'opera vengono posti all'attenzione del lettore una serie di informazioni sulle tecniche di realizzazione delle opere, tipiche dell'autore preso come soggetto. Opera altamente piacevole adatta non solo agli addetti ai lavori.

lunedì 12 aprile 2010

la braciola...


Sognai d’essere una braciola, grande quanto un pugno, ed ero nel sugo assieme ad altre braciole come me. Sentivo il calore attorno, sentivo i miei compagni vicino, li, nel calore del sugo, tutti con i loro stecchini, ognuno a fare la propria parte.

Qualcuno di noi era un po’ più grande dell’altro, qualcuno con uno stecchino in più, qualcuno il suo stecchino lo aveva perso, ma eravamo lì, eravamo tutti assieme, tutti uguali dentro, ognuno intimamente abbracciato dalla mortadella, tutti a lavorare all’unisono. Ognuno a donar parte di sé affinché il sugo in cui eravamo consumanti la nostra esistenza s’addensasse, facendoci sentire tutti parte d’un insieme. Tutti partecipi della realizzazione della nostra esistenza, tutti orgogliosi di dar gusto e sostanza al nostro stare assieme. Sentivamo crescere e migliorarsi il profumo della libertà del nostro gesto. S’addensava il nostro caldo abbraccio e inebriava il dintorno, cosicché ovunque giungeva l’odore della nostra impresa, ovunque era percepibile la forza del nostro gesto, di quella nostra intensa esperienza d’unione.

Sognai d’esser felice. Sognai d’aver dentro una energia nuova, una felicità eroica figlia di uno sforzo comune, uno sforzo compiuto in intima prossimità con altri esseri come me, sapevo che solo non avrei potuto creare quell’energia, quell’energia che, come profumo, correva a parlare di noi, della nostra esistenza, della nostra esperienza. Noi che tutti assieme ci eravamo arricchiti, avevamo dato gusto alla nostra esistenza estendendola oltre i confini della nostra pentola, creando qualcosa come un vento caldo che corre a parlar di noi, sconfiggendo la nostra finitezza. Eravamo degli eroi. E avevamo vinto. Sognai d’esser felice, davvero.

Quando mi svegliai, vidi mia madre sorridere, sembrava la donna più bella del mondo. Aveva cucinato il ragù. Le sorrisi. Io lo sapevo che in quella pentola c’era molto di più, non solo sugo, non solo braciole, non solo ragù, era un’idea, un abbraccio, era qualcosa di più. Sorrisi.

Iniziò così un’altra ottima domenica!

Giuseppe Siracusa

martedì 6 aprile 2010

Mine vaganti


Ferzan Ozpetek, l'Amodovar italiano, ritorna a far centro con un film con un pizzico in più di commedia ma mantenedo sempre i contenuti. Sempre presenti gl'elementi cardine delle storie del regista, come il dramma proveninte dal passato, la ricerca della felicità e l'omosessualità come tabù in un mondo borghese.

Ferzan gioca dunque sulla forza del sentimento, rendendo palese, ancor più che negli altri film, la sua filosofia sull’immortalità degli affetti, dei legami; nulla finisce, tutto ritorna se c’è amore. Un amore che elude gli schemi classici, un amore che va oltre l’esclusività e la possessività, un amore che, finalmente, rende liberi. Sarà vero? Non importa, siamo al cinema e quello che conta è l’emozione. Ed in questo film si sorride, si ride, si piange, ci si commuove profondamente. Tocca le nostre corde più profonde con poesia e vorremmo essere li, tutti insieme, nella splendida scena del ballo tra tutti i personaggi del film, in un abbraccio liberatorio. Ozpetek, infatti è nel finale che così ci accarezza risvegliando l’istinto consolatorio e fanciullesco che è in noi, sottolineando che a fianco del coraggio e di una verità che rende liberi, si deve dare sempre spazio al sogno.
“Ci vuole più coraggio a dire quello che si sente che a stare zitti”. Il regista fa dire ad Elena Sofia Ricci, vissuta, come altri personaggi del film, tacitando le espressioni più vere dell’emozione, censurando la propria modalità di essere o nascondendosi in una non consapevolezza di se. Questo è infatti un film sulla verità che deve venire fuori per liberare, per esplodere e le mine vaganti sono quelle persone che innescano questo processo di verità, si sacrificano per esso. Qualche volta si finisce per vivere per gli altri, ma gli altri quanto veramente vogliono che viviamo per loro? E quanto non ci vorrebbero per quello che siamo?
Ozpetek si conferma un grande regista.

"Non farti mai dire dagli altri chi devi amare, e chi devi odiare.Sbaglia per conto tuo, sempre."
La trovo una frase splendida e con molto senso

"Gli amori impossibili non finiscono mai. Sono quelli che durano per sempre."
Siamo sempre troppo insoddisfatti, e ciò che non possiamo avere lo cerchiamo sempre con ostinazione e con un certo autolesionismo

"Non devi avere paura di lasciare, tanto le cose importanti nella vita non ti lasceranno mai"
Crudele condanna!

venerdì 19 marzo 2010

gli abbracci spezzati

Stralci di foto, obiettivi sempre accesi, sguardi ed abbracci sfuggenti, amori carnali e di convenienza..ritrovarsi nel silenzio, nel vento che soffia forte e perdersi di notte lungo una strada diritta.. "Gli abbracci spezzati" è un altro tassello da aggiungere al lavoro di un grande regista : Pedro Almodovar. La ricetta è la stessa ed il risultato è sempre quello di un film asciutto, gradevole, divertente che scorre senza mai annoiare o chiedersi troppo. Una Penelope Cruz "cariatide", sulla quale si adagia l'intero film, che a mò di sole illumina gli attori circostanti con la sua ormai riconosciuta bravura e bellezza. Il film ci presenta la vita di Mateo Blanco o Harry Caine (Lluís Homar) che dir si voglia, uomo costretto a tirare ormai le somme della propria esistenza, schiavo della più grande disgrazia che ad un regista possa capitare : perdere la vista. Mateo si rifugia dietro una macchina da scrivere e dietro la sua Judit (Blanca Portillo)che da anni gli nasconde un triste segreto che sarà costretta a svelare solo alla fine del film. Ma anche una delle vite più angosciose e monotone a volte può riservare qualche sorpresa ed è così che, un bel giorno, un certo Ray X si presenta a Mateo Blanco ed inserendosi come un "parassita" nella sua vita riesce a fargli ricordare spiacevoli episodi accaduti ormai 14 anni fa. 14 anni fa Mateo ha perso non solo la vista ma anche l'amore della sua vita :Lena (Penelope Cruz) e, non potendo più dirigere i suoi film, ha deciso di assumere definitivamente lo pseudonimo di Harry Caine per convincersi che Mateo Blanco era morto in quell'incidente assieme alla sua amata. I fotogrammi correrranno sul grande schermo contorniati dalla voce del protagonista, che racconterà l'intero "film della sua vita" a suo figlio Diego, e da numerose citazioni (Donne sull'orlo di una crisi di nervi-Viaggio in Italia) . A voi l'inconfondibile stile "spagnolo" di Almodovar nonchè colori, sguardi e magnifiche riprese di Lanzarote. Di certo non è uno dei migliori lavori del famoso regista, di certo non si tratta di un "colossal", ma in un panorama di horror, film catastrofici e senza senso non ci resta che godere!.

lunedì 1 marzo 2010

Invictus


Invincibile, lo può essere un uomo dopo una grande impresa sportiva, ma lo può essere anche un uomo dopo 27 anni anni di duro carcere, ed uscirne con la capacità di perdonare il suo carceratore per il bene del suo paese. Sullo sfondo di un Sud Africa appena uscito dalle elezioni che hanno visto trionfare Nelson Mandela, principale esponente anti-apartheid, ma sempre sull'orlo di una crisi civile. Modiba ( Nelson Mandela) e Francois Pienaar (capitano della nazionale di Rugby sudafricana) saranno i protagonisti di una delle più grandi vittorie sociali che solo lo sport poteva regalare. Clint Eastewood ritorna sul tema del razzismo riscoprendo una delle più brutte pagine della storia e lo fa a suo modo, armato di sensibilità e passione.

"Se io non so cambiare quando le circostanze lo impongono come posso chiedere agli altri di cambiare?"



lunedì 22 febbraio 2010

Once were warrios


Film cruento sulle problematiche sociali di una famiglia neozelandese, ma rispecchia molte altre dinamiche sociali. La storia e l importanza dei maori è ancora viva e presente, ma non in tutti, molti invece rivendicano un passato di schiavitù e lo usano come giustificazione ad uno stile di vita poco umano, ma più simile all'animale. Da vedere.

"Once Were Warriors - Una volta erano guerrieri, ora invece passano la maggior parte del tempo devastandosi con l'alcol. Sono i maori, gli indigeni della grande isola di Aotearoa, già fierissimi antagonisti dei colonizzatori inglesi che conquistarono la loro terra ribattezzandola con il nome di Nuova Zelanda. Il film di Lee Tamahori parla del loro abbrutito presente, della perdita progressiva e inarrestabile delle loro radici. Periferia di Auckland, una delle principali città del paese. Un immenso cartello pubblicitario promette cieli limpidi e natura incontaminata, proprio quello che ci aspetteremmo di vedere nell'isola degli antipodi. E invece la macchina da presa, con un lento movimento all'indietro, ci svela la dura realtà di una degradata periferia urbana, tra svincoli autostradali e smog, simile a tutte le banlieue sottoproletarie che accerchiano le ricche città occidentali. Nel ghetto, questa volta, ci sono i discendenti dei maori. Jake - una montagna di carne, capace, come un antico guerriero della sua gente, di battersi senza paura contro chiunque - è sposato con Beth e ha cinque figli. È appena stato licenziato, ma non sembra preoccuparsene più di tanto. Annega i dispiaceri con fiumi di birra, e non esita a invadere la sua casa con torme di amici ubriachi e schiamazzanti. La povera moglie, di fiere e nobili origini indigene, sopporta fin che può, ma non riesce a evitare che il marito, una brutta sera in cui è perfino più ubriaco del solito, la sfiguri di botte. I figli, a parte i due più piccolini, sono nei guai: il maggiore si aggrega a una band di giovani che, ripresi i tatuaggi rituali degli antichi guerrieri, sfoga nella violenza la rabbia repressa dell'esclusione sociale, il secondo ha problemi con la giustizia e finisce in riformatorio; la terza, la tenera Grace, viene violentata d; un viscido amico del padre. Ce n'è pii che abbastanza per ribellarsi: Beth, facendo leva su tutto il suo coraggio, deve decidere se è giunto il momento di cambiare radicalmente vita, per sé e per i suoi figli. Un grido di rabbia e di dolore, questo è Once Were Warriors: giunge dal posto più lontano del mondo, eppure ci racconta di storie vicine. A volte è ingenuo nel procedere del racconto, cerca spessa il pugno nello stomaco, non ha la "carta patinata" di tanti film d'autore. Ma è sincero, partecipato, emotivamente intensissimo" ( preso dal Sole 24 ore e scritto da Luigi Paini )


martedì 2 febbraio 2010

the hangover- Una notte da leoni


Addio al celibato a Las Vegas, Doug (lo sposo) Phil (bello e dananto) Stu (inquadrato e frustrato) ed infine il pezzo forte Alan ( cognato di Doug e pazzo scatenato) saranno i protagonisti di questa a vventura. Tutto ha inizio sul tetto dell'Hotel dove si festeggia e brinda alla serata bevendo Jegermaister...ma un salto temporale di 12 ore ci riporta nella loro stanza d'albergo con una tigre nel bagno, una donna che fugge dalla stanza, un bebè nell'armadio e il festeggiato Doug che è scomparso... Vi sembra abbastanza? Di primo impatto il film sembrerebbe la solita commedia banale e demenziale in stile americano, in realtà forse lo è, ma sicuramente questo film vi coinvolgerà e appassionerà fino alla fine. Consigliato

Il giorno in più


Si può amare senza conoscere? Si può capire la persona "giusta" solo da uno sguardo o da piccoli gesti nel breve tragitto del tram? Si può stravolgere la propria vita per questo?

Se credete che amare sia qualcosa di non controllabile, non si decide e non si può di certo razionalizzare ...... un qualcosa che ci porta a far cose senza senso in una vita che fino ad allora era piena di razionalità. ... allora potete leggere questo libro di Fabio Volo.


Lavoro di F. Volo, “Il giorno in più” è la storia di un 35enne single, Giacomo. Giacomo ha avuto molte donne in passato ma nessun rapporto serio, in cui valesse la pena credere davvero. Ha una storia familiare difficile alle spalle e il suo nucleo familiare è costituito dalla madre, molto protettiva e insoddisfatta, e dalla nonna, sempre presente, dall’infanzia fino alla maturità; il padre, invece, lo ha abbandonato in tenera età, con ovvie ripercussioni sul suo relazionarsi con il mondo.
La vita di Giacomo cambia quando vi fa ingresso una donna, Michela. Giacomo incontra Michela sul tram che prende quotidianamente per recarsi al lavoro. Non la conosce, non sa nemmeno come si chiami ma c’è qualcosa di lei che gli piace. La scruta, e in un certo qual modo crede di conoscerla. Pensa che sia strano lasciarsi trascinare così da un viso, da un’immagine, ma a lui succede. I loro incontri sono fatti solo di sguardi rubati e di pensieri segreti finché Michela non gli offre un caffè, che suona però come un addio, dato che è in partenza per New York per lavoro.


venerdì 18 dicembre 2009

Fuori Menu

Nacho Garcìa Velilla, regista spagnolo, impegnato per lo più in serie televisive, con “Fuori Menù” debutta nella regia cinematografica, adottando un registro, comico all’apparenza, ma anche drammatico nella sostanza. Il suo stile si può paragonare a quello di Almodovar, che alterna con delicatezza drammaticità e comicità, tragedia e parodia? No, decisamente no. Ma non per questo Velilla può essere giudicato inferiore o addirittura maldestramente debuttante. Anzi, al contrario ha dimostrato di essere stato, tutto sommato, capace di raccontare, con capacità comunicativa e convincente creatività, una storia particolare nel suo genere, non priva di messaggi audaci che rimandano alla contemporaneità del quotidiano. Gli spunti comici sono sinceramente divertenti e poco banali o offensivi, g'attori ci mettono cuore e passione coinvolgendo in tutto e per tutto lo spettatore.



martedì 8 dicembre 2009

cado dalle nubi


L'esordio sul grande schermo di Checco Zalone sembrerebbe proprio appagare un'esigenza del Cinema italiano che già da tempo necessita di un tipo di comicità, se non proprio nuova, ma perlomeno fresca, genuina e che non si accartoccia sui soliti e ripetitivi argomenti visti e stravisti. Checco Zalone dimostra, nel corso di questa pellicola, di essere un attore comico dallo stile diretto, schietto, forse un tantino semplicistico, ma comunque avente il grande pregio ( e questo ovviamente merito anche e soprattutto dei vari attori di contorno che hanno contribuito non poco alla riuscita di questo film, come il buon Dino Abbrescia o il valido Ivano Marescotti) di far ridere il pubblico in maniera praticamente quasi costante e anche se egli interpreta un personaggio di media bassa cultura, la sua bravura consiste nel non scadere mai nella volgarità gratuita, come invece siamo spesso stati abituati a vedere in molti film di questo genere. La storia parla di un emigrante pugliese che nel Nord Italia cerca fortuna e successo come cantante. Nel corso della trama vengono affrontate tematiche come il razzismo e l'omosessualità e anche se non vi è alcuna pretesa di aggiungere qualcosa di nuovo ad argomenti già ben trattati in altri film ben più impegnati, Zalone riesce a descriverli con un piglio di squisita originalità. Come avviene ad esempio a proposito della circostanza in cui egli deve convincere i genitori di suo cugino ad accettare il fatto che quest'ultimo sia gay e come tale dargli la possibilità, se non il sacroanto diritto, di costruirsi una sua vita affettiva senza più continuare a nascondere a loro la sua condizione di omosessuale. Oppure il modo in cui il protagonista deve affrontare l'ostilità e il pregiudizio che nutre nei suoi confronti il padre (leghista attivista) di Marika, ragazza di cui egli si è innammorato. Non ho certo alcuna pretesa di definire Checco Zalone addirittura come un nuovo Troisi o un nuovo Verdone, ma sicuramente lo reputo una simpatica faccia nuova del Cinema comico italiano ed il suo esordio è sicuramente convincente. Forse posso esagerare, ma a questo film voglio attribuirgli quattro stelle. Del resto lo scopo di un buon film comico è quello di far ridere bene e con gusto e per quanto riguarda questo aspetto, Checco ha pienamente fatto centro
by Nino Pell (pubblico di Mymovie)

domenica 29 novembre 2009

500 giorni insieme

Commedia agrodolce, che fa sorridere e riflettere. Il film viene narrato con una serie di passaggi dei 500 giorni che descrivono la storia di Tom e Summer ( Sole nella traduzione italiana). La scenografia è eccellente, permette con una serie di soluzioni grafiche di descrivere i pensieri e gli stati d'animo del protagonista Tom. La pellicola viene presentata come commedia d'amore, ma sinceramente non banalizzerei così il film. SI tratta in realtà della narrazione della vita, o parti di essa, di Tom; uomo dolce e alla ricerca del vero amore. Tom vive una vita che forse non gl'appartiene, è un semplice scrittore di bigliettini d'auguri quando in realtà è un architetto, anche molto dotato ma è lui stesso a non crederci veramente nelle sue capacità. Un bel giorno entra nella sua vita Sole, donna disillusa quando si parla d'amore, o forse in realtà non l 'ha mai trovato.I due intraprendono una storia che vive di un periodo iniziale fantastico, dove si conoscono e piaccino ma poi....?? Il finale è inaspettato e non banale che insieme alla narrazione e alle scenografie rendono la pellicola piacevole e consigliabile.

" Forse nella vita non tutto il male viene per nuocere, le delusioni e le sofferenze servono a renderci migliori e a darci la forza per capire cosa vogliamo e come ottenerlo"

CONSIGLIATO


domenica 8 novembre 2009

Lascia perdere Jonny


Fabrizio Bentivoglio aveva esordito alla regia nel 1999, con il mediometraggio “Tipotà”, il film raccontava un incontro tra culture diverse, profughi, difficoltà di comunicazione, il tutto accompagnato dalla musica degli Avion Travel. La collaborazione con il complesso è andata avanti in questi anni e “Lascia perdere, Johnny!” ne è uno dei frutti. La storia si rifà alla vita di Fausto Mesolella, il chitarrista del gruppo ed ai suoi racconti a tavola, i suoi primi passi nel mondo della musica nella Caserta degli anni ’70.
Il film diventa, però, non solo il racconto di un singolo, ma attraverso immagini, suggestioni e atmosfere l’immagine sognata di un epoca, un periodo più ingenuo, mostrato attraverso gli occhi di un giovane di provincia che non vive le tensioni di quegli anni, ma insegue, senza tanta convinzione, quasi trascinato dagli eventi, la sua voglia di fare il musicista.
Il racconto di formazione passa attraverso l’incontro con personaggi bellissimi, il bidello-maestro Domenico Falasco interpretato da Toni Servillo, l’impresario un po’ cialtrone, un po’ truffatore di Ernesto Mahieux e il musicista milanese Augusto Riverberi, ex amante della Vanoni, interpretato dallo stesso Bentivoglio.
Sono proprio i personaggi il punto di forza del film, se la sceneggiatura si perde in alcune lungaggini e a volte il ritmo è un po’ lento, i loro visi, i gesti, le parole sono scritti e resi con tale passione che si rimane affascinati davanti a questi volti. Sempre sospeso tra realtà e sogno il film risulta più bello nella prima parte, più realistica e seducente, nella seconda tutto è più evocato, ma meno coinvolgente, colpa anche di un finale frettoloso.

La frase: "The show must come on"

Recensione by FilmUP

sabato 7 novembre 2009

Religiolus-Vedere per credere


Irriverente documentario-inchiesta che suscitò scalpore nel Torino film festival del 2007 per la sua scorrettezza politica. Diretto da Larry Charles, ma interpretato dal comico Bill Masher, nome noto negli USA. Nel Film si vedono intervistate i personaggi di fede più i voga negli States, ma anche semplici persone di fede. Il film non ha il compito di verificare l'esistenza del Divino, ma più che altro di smascherare chi grazie alla Parola del signore, o pseudo tale, si arricchisce e forvia menti deboli. Documentario con lo stesso stile visto nei film di Michael Moore, dove irriverenza e sarcasmo la fanno da padrone. Non è sicuramente un capolavoro ma merita assolutamente di essere visto. L'argomento trattato è talmente vasto che meriterebbe molti film a riguardo. Non è facile concentrare in pochi minuti un dibattito secolare e così importante, e infatti Bill Maher non ci riesce per niente. Ma molti spunti sono interessantissimi e molte scene sono divertenti. Atei, agnostici e credenti possono imparare qualcosa e riflettere grazie a questa pellicola.
INTERESSANTE E FUORI DAGLI SCHEMI