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domenica 10 febbraio 2008

the road to Guantanamo (2006)

Un film di Michael Winterbottom, Mat Whitecross. Con Riz Ahmed, Farhad Harun, Waqar Siddiqui, Arfan Usman. Genere Drammatico, colore 95 minuti. - Produzione Gran Bretagna 2006.
Locandina The Road To Guantanamo

Film documentario in parte simile al precedente "Cose di questo mondo" ed in parte incentrato sulla detenzione dei prigionieri a Guantanamo. In questo caso il regista monta le testimonianze dirette di alcuni reduci con alcune immagini di repertorio e ricostruzioni sceniche. Ovviamente si suppone che il tutto sia corrispondente a realtà. Quanto alla resa cinematografica direi che se la prima parte è piuttosto una noiosa e fin troppo dettagliata descrizione del viaggio dall'Inghilterra all'Afghanistan, la seconda acquista di interesse e consistenza mostrandoci alcuni estratti dalla giornata tipo dei prigionieri a Cuba. Efficace ed istruttivo.

Consigliato SI

9 songs (2004)

Un film di Michael Winterbottom. Con Kieran O'Brien, Margo Stilley, Huw Bunford, The Dandy Warhols, Elbow, Franz Ferdinand, Bobby Gillespie, Bob Hardy, Dafydd Ieuan, Alex Kapranos. Genere Drammatico, colore 71 minuti. - Produzione Gran Bretagna 2004.
Locandina 9 Songs


Michael Winterbottom è uno di quei registi che non si fermano di fronte a nulla tanto è il loro desiderio di sperimentare le potenzialità del cinema . Eccolo allora, come Patrice Chéreau con intimacy, esplorare e superare i confini della pornografia ma con fini diversi da quelli del più redditizio mercato del porno. Perché qui i due attori hanno veri rapporti sessuali mostrati nella loro integrità sullo schermo ma non c’è nulla dell’artefatto proprio della pornografia. Quello che là viene mostrato come modello possibilmente da riprodurre in Nine Songs diviene un percorso in cui più i rapporti sessuali si reiterano e cercano le variazioni, più la distanza tra i due corpi si annulla e più le due persone rinunciano a conoscersi veramente rientrando nella loro solitudine che è tale anche quando sembrerebbe integrarsi nella collettività degli spettatori di un concerto. L’Antartide (afferma a un certo punto Matt) è un luogo in cui “si può soffrire al contempo di agorafobia e claustrofobia, come due persone in un letto”. Non accade spesso di assistere sullo schermo a un ‘mostrare’ il sesso che ci spinga a riflettere (in una società edonista come la nostra) sull’inevitabile svuotamento interiore in cui si finisce col cadere nel momento in cui ci si illude che il piacere possa continuare a essere prodotto solo ed esclusivamente dall’attrazione dei corpi. Nella scena più rivelatrice del film Lisa raggiunge l’orgasmo con un vibratore mentre Matt la osserva seminascosto. Di lui non c’è bisogno se il sesso non si trasforma in quel sentimento che alcuni chiamano amore.

Cose di questo mondo (2002)

Locandina Cose di questo mondo

L´odissea di due ragazzi profughi dall´Afghanistan post talebani che cercano di raggiungere Londra. Uno dei due ce la farà ma a prezzo di un calvario inumano. Winterbottom non è nuovo all´intervento diretto sulla realtà (basti pensare a Welcome to Sarajevo) . Questa volta però costruisce una narrazione volutamente ´sporca´con camera a mano e sgranature per sottolineare anche linguisticamente un viaggio che non ha più bisogno della cronaca televisiva anche perché non sembra interessare più a nessuno. L´Afghanistan è stato ´liberato´ e questo gli basti. Il mondo ha da pensare ad altri fronti. Così l´infanzia viene negata e non c´è posto per lei nel nostro mondo che ha continuamente bisogno di nuovi soggetti per cui ´commuoversi´. Winterbottom li espone invece nuovamente dinanzi alla nostra falsa coscienza chiedendoci di non voltare il capo fingendo di non sapere.



Consigliato SI

benvenuti a Sarajevo (1997)

Locandina Benvenuti a Sarajevo

Scritto da Frank Cottrell Boyce e basato sul libro Natasha's Story di Michael Nicholson, racconta la guerra di Bosnia nel 1992, quando cominciò l'assedio di Sarajevo, vista da una troupe TV britannica. Uno dei giornalisti (S. Dillane) raccoglie una bambina, la bosniaca e musulmana Emira, e la porta a Londra per adottarla. Ma si fa viva sua madre per reclamarla. Criticabile sotto vari aspetti (disinvolta mescolanza di vero e falso, documentario e finzione; dichiarazioni di uomini politici, pescate negli archivi; ricorso all'“Adagio” di Albinoni, troppo “bello”, troppo usato, dunque quasi “osceno”), ma impossibile negare che funzioni sul piano dell'informazione, della comunicazione, dell'emozione. Esplicita denuncia dell'ignavia dell'ONU, delle vergogne della politica europea, dell'indifferenza comoda di tanti di noi in Europa. Meglio la 1ª parte che la 2ª.

il MORANDINI 2008

A Mighty Heart - Un cuore grande (2007)

Un film di Michael Winterbottom. Con Angelina Jolie, Dan Futterman, Archie Panjabi, Irrfan Khan, Will Patton, Denis O'Hare. Genere Drammatico, colore 108 minuti. - Produzione USA 2007. - Distribuzione Universal Pictures
Locandina A Mighty Heart - Un cuore grande
Il 23 gennaio 2002 Daniel Pearl, il responsabile per il Sud dell'Asia del "Wall Street Journal" esce da casa a Karachi per andare a fare l'ultima intervista prima di lasciare la città.
L'incontro, ottenuto tramite un intermediario, è con uno dei capi del movimento integralista musulmano. Daniel non farà più ritorno perché l'intervista si rivela essere una trappola. Sarà sua moglie, incinta di sei mesi all'epoca dei fatti, a tramandarne la memoria nel libro "Un cuore grande: la vita e morte coraggiose di mio marito Danny Pearl".
Michael Winterbottom è un regista che si può tranquillamente definire libero e coraggioso. Coraggioso perché continua a fare il cinema in cui crede senza preoccuparsi troppo degli strali della critica e anche di qualche opera meno riuscita che compare nella sua filmografia. Libero perché dopo un film come The Road to Guantanamo avrebbe potuto vivere di rendita conservandosi la fama di regista che denuncia l'effettivo disprezzo dei diritti dell'uomo da parte della più grande Democrazia del mondo.
Invece ha deciso di andare a guardare anche dall'altra parte mettendo in luce i metodi criminali di un fondamentalismo islamico che non va affatto confuso (e Winterbottom si guarda bene dal farlo) con 'gli Arabi' ma che non va neppure sottovalutato per una sorta di cieca 'correttezza politica'. Lo fa seguendo una storia alla sua maniera (da Benvenuti a Sarajevo in poi) cioè con montaggio rapido e molteplicità di teatri d'azione e con un'attenzione al mondo della comunicazione e del giornalismo che lo ha sempre stimolato. È come se nell'inviato di un giornale o di una televisione Winterbottom andasse a cercare da sempre una purezza di sguardo libera da pregiudizi come quella che lui stesso cerca di avere. In Daniel Pearl, giornalista ebreo che lavorava senza barriere ideologiche con i musulmani, sembra averla trovata. Ce ne offre un ritratto quasi 'in assenza' (la sua sparizione apre il film). Lo fa attraverso la presenza della moglie, impegnata nel tentativo di salvarlo e con una nuova vita in grembo. Angelina Jolie interpreta il ruolo con grande sensibilità. Il suo urlo all'annuncio dell'ineluttabile è di quelli che fanno accapponare la pelle.

Consigliato SI


mercoledì 30 gennaio 2008

michael winterbotton

Michael Winterbottom

Il più eclettico e movimentato regista e sceneggiatore inglese che ha saputo, con entusiasmo sempre crescente, narrare la sua cultura con un gusto (paradossalmente) per la vecchia cinematografia. Fra Ingmar Bergman e François Truffaut, ipnotizza lo spettatore su una moltitudine di piste, personaggi, punti di vista, senza mai negarsi niente. Non ha niente da invidiare ai registi cugini d'Oltreoceano. Celebre narratore della vita che prosegue nella tragedia, di pericoli, affetti, sensi di impotenza e delusioni, firma film estremi non esenti da un piacere serrato, nichilista e quasi disperato. Le sue regie tallonano con spietato autocontrollo l'efferatezza psicotica dei suoi personaggi, esaminandoli con l'indulgenza di uno sguardo lucido e, secondo alcuni, anche ludico. Non ha paura di niente. Né dei rapporti sadomasochisti, né di quell'amour fou che è una stretta suicida e vulnerabile che tutto avvinghia. Mette sulla carta una comunicazione romantica che è sempre al limite del cortocircuito, ma nonostante il tipico sentore di decadenza e di declino, non è mai poco intensa o poco partecipe. Anzi, appare ignuda, inerme, ma aggressiva, tumefatta e scarna ma brutale nella sua esibizione. Maestro delle atmosfere, prolifico e dotato di notevole abilità nell'uso della cinepresa, Michael Winterbottom attraversa tutti i generi del cinema, dalle pellicole drammatiche denotate dall'impegno politico e dall'indignazione autentica ai simil documentari sulla globalizzazione. Un cinema che è bello e onesto, costituito da persone coraggiose, ma disperate. Un cinema è polvere d'oro e che vuole sottolineare l'ingiustizia della differenza.
Qualcuno, teoricamente, ha affermato che i suoi racconti sono intrisi di profughi e fuggitivi, che siano essi alla ricerca del rispetto o in fuga dalla miseria. Non ne siamo certi, ma siamo sicuri che a colpi di ritmo, crudezza (se serve) e (perché no?) umorismo riesce a compiere una scansione nervosa su tutto ciò che la sua vista riesce ad abbracciare: dall'eros alla malattia, dalle bocche che tremanti si bagnano di lacrime ai corpi in dettaglio degli amanti, dal morbo al fisico. Pudore, strazio, imbarazzo, incredulità, follia fanno di Winterbottom uno dei registi migliori che ci siano sulla faccia della terra, detentore di una forza melodrammatica che ha un taglio moderno e senza fronzoli. Fra occhiate veloci e rapidi sospiri, fra i raccordi del dolore per lo sbattimento delle onde de Destino a noi ignote, seppellisce le ragioni e i sentimenti tipici della letteratura inglese per evidenziare, in modo immediato, amori, tentazioni e contrasti pubblici e privati, ma costantemente nel rispetto dei modelli filmici tradizionali. Erede lontanissimo delle lezioni di settima arte della Nouvelle Vague, dove i migliori sono sempre i semplici e la gente ordinaria è destinata a vivere cose straordinarie, mette in luce perfino se stesso, in maniera asciutta e forte. Nonostante questo, nonostante le critiche a Bush, nonostante l'impegno nel comprendere la dialettica Bene/Male, è considerato da molta di quella critica facilotta alla chiacchiera come un occhio gelido, suggestivo a tratti e che non riesce a cogliere effettivamente la spietatezza della vita. Menzogne. Lo spettatore di fronte ai film di Winterbottom si sente come in una graticola, costretto a sopportare sotto un sole cocente, torture, umiliazioni e pressioni altrui che gettano fuoco sulle tortuosità esistenziali.
Dopo aver studiato alla Queen Elizabeth's Grammar School di Blackburn, si iscrive alla Oxford University, nel corso di letteratura inglese, diventando compagno di studi del regista Marc Evans. Successivamente essere passato alla Bristol University (dove studia cinema), diventa assistente regista di Lindsay Anderson. Dopo aver compiuto i venti anni si sposa con la scrittrice Sabrina Broadbent, dalla quale avrà due figli e dalla quale divorzierà dopo anni di matrimonio.
I suoi primi lavori sono principalmente televisivi, dalla fiction Rosie the Great (1989) al documentario su Ingmar Bergman Ingmar Bergman – The Magic Lantern (1989), passando per qualche episodio del telefilm Dramarama (1989). Il debutto sul grande schermo avviene con Forget About Me (1990) con Ewen Bremner come protagonista nei panni di uno scozzese che vuole andare al concerto dei Simple Minds a Budapest. Dopo la sua pellicola di esordio, si dedicherà ancora una volta al piccolo schermo, ritornando al cinema, graditissimo, con: Butterfly Kiss – Il bacio della farfalla (1995), Go Now (1995), la trasposizione cinematografica del romanzo di Thomas Hardy "Giuda l'Oscuro" Jude (1996), Benvenuti a Sarajevo (1997) e With or Without You – Con te o senza di te (1999).
Membro della giuria del Festival di Cannes, nel 1998, con l'arrivo del nuovo millennio dirige Nastassja Kinski nel rifacimento sul grande schermo diun altro romanzo di Hardy: "The mayor of Casterbridge" ovvero Le bianche tracce della vita (2000). Ma sarà grazie a Cose di questo mondo (2002) che mieterà i successi migliori: dal BAFTA come miglior film non in lingua inglese, all'Orso d'Oro e al Premio della Giuria al Festival di Berlino, confermandosi uno dei più acuti osservatori della realtà umana odierna. Desideroso di affrontare altre tipologie di racconto, passa poi alla fantascienza, dirigendo Tim Robbins in Codice 46 (2003).
Grande amico di attori come Christopher Eccleston, Shirley Henderson, John Simm e James Nesbitt (che infatti ritroviamo sovente nei cast dei suoi film), nonché dello scrittore e soggettista Frank Cottrell Boyce, nel 2004, firma lo scandaloso 9 Songs che contiene al suo interno scene di fellatio ed eiaculazione, tornando a parlare di politica in The Road to Guantanamo (2006) che gli vale l'Orso d'Oro a Berlino come miglior regista. A detta di molta della critica straniera, il suo film migliore risulta però essere A Mighty Heart – Un cuore grande (2007) con Angelina Jolie, storia della moglie gravida di Daniel Pearl, giornalista ebreo del Wall Street Journal che il 23 gennaio 2002, cade nella trappola di un movimento integralista musulmano. Ancora una volta si dimostra "libero e coraggioso" nel denunciare. Questa volta, se la prende i metodi criminali del fondamentalismo islamico senza però cadere nel facile occidentalismo. Fra montaggi rapidi e molteplicità di teatri d'azione offre un ritratto "in assenza" del vero protagonista della vicenda, Daniel Pearl, e fa di una Jolie in stato di grazia il suo megafono per la lotta e la rappresentazione del dolore umano.
Migliore amico dei Coldplay, Winterbottom ha anche diretto il loro primo videoclip Bigger Stronger, coofondando con Andrew Eaton la Revolution Films, la sua personale casa di produzione. Tante sono le pellicole a cui ha detto no nel corso della sua carriera: da Will Hunting – Genio ribelle (1997) a Le regole della casa del sidro (1999), da Goal! – Il film (2005) a Il colore del cinema (2006), preferendo soggetti dove si combatte contro l'indifferenza e ci si accapiglia per non dimenticare e per accusare il cinismo occidentale, ma sempre con poesia e parlando a nome di chi è costretto a stare in silenzio. Eccezionale regista cinematografico, questo connazionale di Ken Loach, Mike Leigh, Peter Greenaway e Terence Davis, si scava un posto tutto suo nella storia della settima arte inglese, discorrendo con sensibilità e stile, con vitalità e oscurità la violenta volontà di non arrendersi mai anche di fronte a vite senza uscite. Esploratore di terreni a lui nuovi, ma logorati sotto altri punti di vista dal cinema, è un angelo protettore per potenti e dannati, infelici e allegri, cacciati e perseguitati. Accattivante, surreale, didascalico, per alcuni troppo manicheo e ripetuto, segue odissee di Ulissi moderni, perdinandoli nelle loro "vie crucis" con telecamere digitali e con la giusta pena umana, e delineandoli come eroi involontari nel grande sforzo di vivere una cita normale, fresca. Discontinuo nei risultati, vero e profondo, conserva una capacità di lettura e di interpretazione della realtà dove il cinema torna a essere "quello delle origini", senza il bisogno di introdurre lo spettatore nel cuore di una situazione, perché sarà lui stesso, con la sua "dose esperienziale" a fare quel passo in avanti per capire e vivere fatiche, violenze e desolazioni.

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